La risposta ai forconi è la speranza di una vera patria europea.

20131208_renzi

La crisi della politica in Europa è figlia della crisi economica che attanaglia i suoi cittadini, specialmente quelli dell’area euro-mediterranea. Ma non è soltanto questo.

Al grande, inevitabile processo di redistribuzione globale della ricchezza, cominciato più di 20 anni fa con la fine del mondo diviso in blocchi, non è corrisposta un’accelerazione adeguata del processo di unificazione europea. La grande Patria, capace di tenere botta nella nuova competizione mondiale mettendo insieme, a sistema, politiche energetiche, di difesa, fiscali, del lavoro, oltre che diritti ed istituzioni, non è mai nata, anche  perché, a partire dalla metà degli anni ’90, non ha trovato leaders all’altezza di completare il processo iniziato nel 1951 con l’istituzione della CECA e proseguito, faticosamente, fino alle svolte impresse da statisti come  Kohl e Mitterand, subito dopo la caduta del muro.

L’ Europa unita è necessaria e richiederebbe sacrificio, uno sforzo enorme di volontà politica, simile a quello prodotto nella fase della ricostruzione materiale, civile e morale seguita alle macerie del secondo conflitto mondiale. Ai sentimenti diffusi di paura e di sfiducia, invece, sono corrisposte politiche, nei singoli stati membri, di chiusura e di forte rivendicazione  identitaria. Dopo la spinta iniziale che ha prodotto la nascita della moneta unica, molti dei leaders europei hanno mostrato timidezza, preoccupati, spesso per ragioni di mero calcolo elettoralistico, soprattutto di non osare oltre le necessità cogenti della conservazione del potere, andando nella direzione opposta a quella di una generosa cessione di sovranità nazionale. Il trattato di Lisbona è il prodotto di questo ripiegamento.

Questa pochezza di visione dell’establishment europeo ha contribuito, negli ultimi anni, a favorire spinte ultranazionalistiche e conservatrici devastanti. L’incapacità dei singoli stati membri di offrire risposte soddisfacenti ai bisogni impellenti di intere popolazioni,  impoverite e disorientate, è alla base della perdita di credibilità delle stremate  istituzioni nazionali, vecchie ed incapaci di autoriformarsi. La distanza siderale del gigante dai piedi d’argilla europeo,  all’origine del rabbioso sentimento di ostilità per le fragili istituzioni continentali.

Ovunque, nel vecchio continente, sono nati movimenti di protesta variegati e variopinti, qualche volta violenti, quasi sempre incapaci di una proposta politica coerente, solo in qualche caso capaci di raccogliere consenso elettorale anche ampio, tuttavia accomunati tutti da una feroce contestazione delle istituzioni, dei partiti  e della classe dirigente, generalmente considerata inetta e corrotta.

In Italia questo fenomeno ha certamente favorito l’ascesa di Grillo, la cui forza ha trovato uno sbocco parlamentare e tutto sommato pacifico, al netto degli eccessi verbali e del messaggio comunicativo spesso sopra le righe. Il comico genovese ha saputo mettersi alla testa delle moltitudini di esclusi sempre più insofferenti allo sterile scontro politico degli ultimi vent’anni e alle logore pratiche ad escludendum delle forze della cosiddetta seconda repubblica.

Ma mille altri movimenti spontanei di protesta, spesso animati su singole battaglie, spesso genericamente ostili alle istituzioni repubblicane, nascono e muoiono continuamente. I “no” a tutto hanno come imprinting la stessa totale sfiducia nelle scelte della politica come scelte per la collettività. Dalla “terra dei fuochi” alla tav, dai termovalorizzatori alle privatizzazioni dei beni comuni, migliaia di cittadini si organizzano spontaneamente al di fuori dei partiti e della politica tradizionale. Qualche volta, strumentalizzati da interessi non del tutto limpidi e coinvolti in pratiche molto discutibili, come nel caso della rivolta dei cosiddetti forconi, proprio di questi giorni.

Questo Matteo Renzi lo ha compreso perfettamente. Il richiamo continuo alla necessità che la politica, come idealità e pragmatismo, torni a superare le tecnocrazie nazionali ed europee ne è la dimostrazione. Due scelte su tutte, da neo-segretario eletto del PD, sono emblematiche: quella di ripartire subito da una ferita aperta e sanguinante come la vicenda della “terra dei fuochi”, che segnala l’urgenza di ricostruire immediatamente un rapporto di reciproca fiducia tra cittadini e Stato, e la collocazione immediata del PD nella famiglia del socialismo europeo,  che significa aver compreso che la prossima grande battaglia di cambiamento va portata nel cuore dell’Europa,  per la costruzione di una grande Patria dei diritti e dei cittadini che torni a dare fiducia e speranza alle generazioni future.

Ripartendo dall’Italia, che, come dice Matteo, sarà protagonista del rilancio di questo sogno così sconfinato, così necessario.

Solo fiducia e coraggio potranno salvarci dai forconi.

Annunci
Pubblicato su Politica

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: