Primum: riformare il Pd.

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I congressi, nei partiti normali, si celebrano in due casi: alla scadenza naturale prevista dallo statuto, in via ordinaria, per rimodulare la linea politica e rinnovare gli organismi dirigenti, o in via straordinaria, a valle di fatti estremamente rilevanti, che richiedano una discussione urgente ed un eventuale, repentino, cambiamento di rotta.

Questi otto mesi sono stati segnati da fatti che hanno radicalmente mutato il quadro politico del Paese. Tra gli altri, il Pd ha perso, incredibilmente, le elezioni. Il Pd ha perso, incredibilmente,  la partita e la faccia sulla elezione del nuovo PdR. Il Pd ha dato vita ad un governo di larghe intese con il Pdl, dopo aver imprudentemente negato questa eventualità per mesi. Infine, non il Pd, ma la giustizia italiana, ha messo fuori gioco il principale protagonista della vita politica del Paese degli ultimi 20 anni, Silvio Berlusconi.

Ci sarebbero gli estremi per celebrare una dozzina di congressi. Eppure, Matteo Renzi ha dovuto faticare non poco per ottenere lo svolgimento di questo sacrosanto appuntamento, vincendo le resistenze di un gruppo dirigente sconfitto e abbarbicato in difesa delle proprie posizioni di rendita, spuntando egregiamente sul meccanismo delle primarie aperte per la elezione del segretario nazionale.

Tuttavia, nell’infuriare della battaglia politica tra spinte innovatrici e resistenze conservatrici, non poche mostruosità hanno visto la luce in fatto di regole.

Nei giorni appena trascorsi si sono celebrati i congressi provinciali, col consueto metodo delle tessere, che sempre meno rappresentano reale partecipazione delle persone e sempre più spesso somigliano a pacchetti azionari di quelle S.p.A., dove i soci che detengono più potere economico ed organizzativo, di fatto, decidono a scapito dei tantissimi piccoli azionisti che sono la spina dorsale della “ditta”. Mi si conceda l’abuso del paradosso, tutto questo accade senza nemmeno la tutela che la rigida disciplina delle Società per Azioni imporrebbe.  Altro che partito democratico.

Dopo l’elezione del segretario nazionale, nella prossima primavera, si terranno i congressi regionali, regolati, più o meno, da logiche analoghe.

Il patetico, ma pericoloso, tentativo di sottrarre a Matteo Renzi una vittoria piena ed una piena legittimazione di elettori e militanti è evidente.
Abbiamo già segnalato dalle pagine di questo blog come sia assolutamente necessario che chi ambisca a governare e cambiare il Paese debba avere un partito e forze parlamentari coese e coerenti con un progetto così ambizioso. La vicenda della fine indecorosa dei due governi a guida Prodi, tanto per restare nel campo della storia del centrosinistra italiano, è, in questo senso, esemplare. E segnala ancora una volta l’irrisolto problema, a sinistra, di un rapporto maturo e moderno tra leadership ed organizzazione.

Sarà il caso, dunque, di mettere mano da subito ad una radicale riforma del Pd, coerente con l’impostazione maggioritaria che Matteo Renzi intende imprimergli, guardando ad un bipolarismo maturo e liberato dallo scontro politico furente ed inconcludente del ventennio, cosiddetto berlusconiano, che va chiudendosi.

È necessario puntare ad ottenere un effetto immediato e visibile già a partire dalla prossima primavera, dai congressi regionali che andranno celebrati in tutta Italia.

Perché pensare ad una radicale riforma del Pd non è questione autoreferenziale. Così come è, il partito della sinistra italiana non serve alla democrazia,  alle istituzioni, ai cittadini.

È necessario tenere alto il livello di credibilità di chi si candida a governare il Paese. Tempo per mettere mano al Pd, dal 9 Dicembre,  ce ne sarà. Per le elezioni bisognerà aspettare ancora un po’ di tempo.

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Pubblicato su Politica
One comment on “Primum: riformare il Pd.
  1. Sil Bi ha detto:

    la cosa migliore di tutte sarebbe stata celebrare il Congresso un anno fa, al posto di quelle assurde primarie di coalizione con 3 candidati del Pd, che hannno lacerato il partito e determinato la sconfitta di febbraio alle aurne

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