Il congresso del PD rischia di trasformarsi in un referendum su Renzi.

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In fondo, se proviamo a ragionare per un attimo badando alla sostanza, senza farci incantare dallo spettacolo scenografico del posizionamento degli “eserciti” sul campo, senza perderci nel  marasma delle distinzioni bizantine, delle dichiarazioni sibilline e dei “riti ancestrali” tipici della sinistra italiana, appare chiaro che l’oggetto, il tema, il convitato di pietra nella discussione pre-congressuale del PD  è già Matteo Renzi.

Il paradossale fioccare di correnti, con  stesura di relativi documenti di denuncia del processo di balcanizzazione dentro il partito, ad oggi, non ha prodotto alcuna ricchezza di posizioni interessanti e distinguibili, nell’asfittico dibattito interno. Non sono passati alla storia del pensiero il documento che ha lanciato la candidatura di Fassina, “Fare il PD” (?), né quelli, interlocutori, delle altre aree in fase di riorganizzazione, o preoccupate di non intralciare il difficile cammino del governo Letta.

Piuttosto, questo lavorio è servito a  segnare i confini intorno alle antiche signorie, liberate dal vecchio patto di sindacato sconfitto dagli elettori il 25 Febbraio, in cerca di nuovi equilibri.

È intorno al futuro del sindaco di Firenze, dunque, che il quadro, probabilmente, andrà ricomponendosi, in quello che, più che un congresso, rischia di somigliare ad un referendum sulla sua leadership.

Sarebbe un’altra occasione perduta per riflettere sulla recente sconfitta, sui limiti di una forza che non riesce a proiettarsi nel futuro, ma anche per riorganizzare il partito (fuori dai perniciosi dibattiti, privi di sostanza, su struttura liquida o solida) intorno ad una leadership obiettivamente forte e nelle condizioni di conseguire la vittoria elettorale.

Questo congresso rischia di raccontare solo le molte sfumature del “renzismo” e dell'”antirenzismo”. Posizioni “terziste” o “neutrali” potrebbero finire con l’essere irrilevanti, marginalizzate o assorbite dentro le due principali opzioni.

In questo quadro, non offrirebbe più alcuna garanzia di ricomposizione pacifica della diaspora nemmeno la paventata ipotesi di una distinzione netta tra segreteria e leadership.

Non ha più alcun senso, dunque, chiedere a Matteo Renzi di defilarsi rispetto a questa nuova battaglia. Perché, gli piaccia oppure no, ne è già il protagonista. Con o senza di lui, si deciderà il suo destino politico.

Tanto vale giocarsela, provando a sparigliare le carte, ad allentare la rigidità degli schemi precostituiti, a mettere insieme le energie migliori, la “Buona Compagnia” del PD.

E parlare al Paese e al PD di un altro Paese e di un altro PD.

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Pubblicato su Politica
One comment on “Il congresso del PD rischia di trasformarsi in un referendum su Renzi.
  1. Raf ha detto:

    Quale è l’altro Pd di Renzi?

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