Landini, Grillo e lo “smottamento” inarrestabile nella cultura politica della sinistra.

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Brevemente e, per ragioni di spazio, un po’ superficialmente (me ne scuso).

Il sindacato ha smesso di essere “cinghia di trasmissione del Partito” sin dai tempi di Di Vittorio. Parliamo della storia del movimento operaio in Italia (mica bruscolini), della CGIL e del PCI, che non era e non poteva essere, per ovvie ragioni geo-politiche, un partito di governo. Da allora, quel principio di autonomia, sancito definitivamente con la terribile rottura sui fatti d’Ungheria del ’56, pur tra mille ambiguità mai risolte, è un caposaldo della nostra cultura politica.

Basterebbe ricordare questo ai più “nostalgici” (di cosa?), visto che proprio non è possibile utilizzare una chiave di lettura più moderna sulle diverse funzioni sociali che sindacati e partiti ricoprono in tutte le democrazie avanzate, per ribadire che la pretesa che il pd aderisse ufficialmente alla manifestazione della Fiom di sabato non ha alcun fondamento, nemmeno nella storia del movimento operaio italiano del ‘900. Anche sulla necessità ovvia di tenere ben distinti ruoli e funzioni di partiti e sindacati, dentro una dialettica sana e non “consociativa”, ci sarebbe poi molto da discutere.

A quella manifestazione della FIOM hanno partecipato, a titolo personale, legittimamente, alcuni autorevoli dirigenti del PD ed iscritti, militanti, elettori. Probabilmente, è vero, molti delusi. Alle manifestazioni sindacali aderiscono i lavoratori.

Se, poi, volessimo anche solo tiepidamente considerare di essere dentro un’altra storia, che al centro delle polemiche di queste ore ci sono Fiom e Pd (che è o ambisce ad essere partito di governo, con la vocazione a rappresentare un campo assai più ampio del solo mondo del lavoro dipendente), la polemica finirebbe con l’assumere perfino contorni grotteschi. Dicono, Grillo ci è andato, ci ruba la piazza. Bene.

Noi, invece che inseguire continuamente Grillo, dovremmo smetterla con le furbate tattiche e passarlo definitivamente quel benedetto Rubicone che ci divide dalla piena maturazione politica come soggetto riformista. Un partito della sinistra di governo serio i voti li prende offrendo risposte serie, non aderendo genericamente, per ipocrita “vicinanza”, alle domande, pure sacrosante, di una piazza fra le molte possibili.

Quale sarebbe la pretesa dei “teorici della adesione”? Capovolgere quell’antico schema, trasformando il partito (un altro partito) in una sorta di “cinghia di trasmissione” del (anzi di un) sindacato verso il governo? Resuscitare il “partito di lotta e di governo”? Siamo al punto di dover rivendicare l’autonomia del partito rispetto alla linea del (di un) sindacato?

Tutto questo dovrebbe essere scontato. E bene ha fatto Epifani a tenere ferma la barra su questa questione. Tutt’al più, verrebbe da chiedersi se Epifani stesso, suo malgrado, non rappresenti plasticamente quell’ equivoco, dal quale sarebbe giusto liberarci definitivamente.

Sono preoccupato per il costante cedimento culturale della sinistra italiana rispetto alle “idealità politiche vaghe e nebulose” del grillismo. E’ sempre più simile ad un inarrestabile smottamento.

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